Opere
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Farfalle
A mia madre
Se la guardo
io penso:
“Ha fatto del suo meglio”.
Come credeva
Come poteva
Come sapeva
È stata
Figlia
Amante
Moglie
Madre
È stata
Vicina
Poi
Lontana
In abissi siderei
Luoghi a me sconosciuti,
lontana, lontana
o separata,
da un velo di garza soltanto.
Ho avuto paura, paura
di essere da lei
Mangiata
Fagocitata
Assimilata
Annullata
Non per Suo,
né per Mio
volere.
Estate
Oggi
non piango per te.
Neppure per me
gli occhi versano gocce.
Neppure una lacrima.
Arsa come l’aria secca
lì fuori.
Se mi affaccio alla finestra
mi accorgo che è estate…
Tutto l’anno,
l’attendo.
Ora che è qui,
a portata di mano,
mi sfugge,
la dolcezza delle notti
e del cuore.
Il mio, guerriero,
mal riposa tra i guanciali,
sussulta ad ogni suono,
ogni grido di gabbiano.
Son desta all’alba,
come una sentinella,
come una spia
e una voce mi impone
di alzarmi, di andare.
Dove, non so.
Eternità
L’eternità
tra i due versi di un libro
quando più non mi accorgo
di essere al mondo.
L’eternità pare esistere solo
quando in essa noi ci annulliamo.
È qui il di sempre umano dilemma?
Annullarsi per essere eterni o
Identificarsi e soffrire?
Scorre il tempo, scorre,
e troppo spesso noi invano
invecchiamo.
Venite, gabbiani!
Penombra
Vengo,
vado.
Chi io sia,
ancora è poco chiaro.
Materia traslucida,
piccoli frammenti di essenza,
piccola.
La mia presenza è instabile,
muta
col colore del tramonto
e quello dell’alba.
Parlo, taccio un poco.
Dico cose.
Cose che penso
e cose che no,
pensieri che sfuggono
dalla mia testa,
come perle da un filo.
Non c’è un filo,
o forse sì,
ma è traccia sottile.
A me
Quanti minuti ha un’ora?
Mille,
quando sembra
non passi mai
il tempo
e il tempo
è uno lento stiracchiarsi
di interminabili secondi,
di minuti
di dolore.
Solo vorresti
Prendere,
volare,
via, via,
dalla tua stanza,
nella tua stanza
volare.
Via,
dal vuoto
pneumatico
dell’assenza di risposte,
dai troppi perché,
da intrecci
di pensieri
senza fine.
Posare la testa
dove il cuscino
è d’erba,
e l’aria profuma
di pino.
MA QUANTI
MINUTI
HA
UN’ORA???
Quanti minuti ha un’ora?
Milioni quando sola
rifletto,
rifletto,
rifletto me stessa
negli occhi degli altri.
Come se,
contassero qualcosa
gli occhi degli altri.
E mi sconforta vedervi dipinta
un’immagine vile.
I fili
Povera me,
povera me,
povera piccola,
povera,
oh povera, povera me!
Perfino nei sogni mi accontento.
Stanotte ho sognato.
Io e te
Facevamo il bagno.
Null’altro.
Immaginando
sempre ho indossato
i panni di artista povera.
Artista nel cuore,
artista senz’arte,
senz’arte né parte,
a parte e in disparte.
Soltanto in questo brava
in questo maestra:
staccare i fili
dell’attenzione
e andare altrove.
Inganno
Io brava
Io discreta
Io insignificante.
Non faccio domande,
non sporco,
non chiedo.
Scivolo da una
stanza all’altra
con l’efficienza
di una segretaria d’azienda.
Io sì,
io certo,
io no.
A volte mi trema la mano,
a volte la voce.
Io sì,
io certo,
io no.
A te mi adatto
e mi conformo
come una stella al fondale marino,
un tatuaggio,
in te mi dissolvo.
Pensavo fosse un vanto.
Canzone ilare
Oh, mio amore
mio amore,
amore che non sei
il mio
né di nessuna
donna
(ah,ah,ah! che bello mentire!).
Ti imploro,
dammi un bacio!
Non altro ti chiedo,
prometto!
No, non ti dirò
di restare!
No, no, lo giuro!
Dammi,
dammi un bacio.
Qui,
dove si posa il
mio dito,
non vedi?
Qui,
all’angolo della
bocca,
poi al centro.
Perché nulla
è dolce più
di un tuo bacio.
Il primo
leggero,
come le ali,
di un uccellino.
Ed è come
aprire una porta,
gettarsi col deltaplano.
Fuori dal mondo
Tu vivi
fuori dal mondo,
mi dici.
È vero,
come darti torto!
Leggo il giornale
solo per farti piacere
e per sostenere
qualche umana conversazione.
Io vivo fuori da molti mondi:
il tuo, il mio…
A volte ne provo
vergogna
a volte dolore
a volte sollievo
e segreta soddisfazione.
Riposa
SHHHHHH!
Silenzio!
Non è il momento.
Papà legge il giornale
è l’ora delle cicale delle rondini
a stormi.
È ora di finirla
di bisticciare,
è ora di mangiare, di dormire,
che domani, domani…
Non è il momento!
Ho fretta, ho da lavorare,
non è ora di restare,
indugiare
nel letto
pelle contro pelle,
è ora di andare, fare, creare.
Non capisci, perdio!
Non è tempo, non è il momento.
Non è mai il momento,
mai, mai il momento, mai il momento
di ridere
di godere
di abbracciare
di lasciare andare
il cane al guinzaglio,
di prendere un abbaglio,
perdonare ogni sbaglio,
di afferrare
ogni umana regola
umana convenzione
e gettarla nel fuoco
e danzarci attorno
la gonna al vento
la bocca larga
sdentata
di essere ridicoli,
felici,
gioiosamente inutili.
Non è, non è il momento.
RIPOSA.
Editto
I fragili lamentosi increduli
Da questa parte, prego.
Noi vi vogliamo forti, vi vogliamo giovani,
vi vogliamo certi
che la vita è vostra, la vita è vostra
è la vostra vita, la vostra.
Non sai?
Cosa non sai?
Chi semina il dubbio
raccoglie tempesta.
La rabbia non si compra,
non si mangia.
Costruite!
Centri commerciali,
cattedrali nel deserto,
strade, palazzi, piscine,
alberghi, offerte promozionali.
Costruite!
Imperi.
Costruite!
La vostra credibilità.
Chi va con lo zoppo
impara a zappare:
mica vorrai
fare il contadino?
Tanto un giorno
sarà tutto finito.
Nel duemilaedododici,
qualcuno dice.
Rovi
Sono
un groviglio di nervi
un gatto
furioso in calore
e l’ansia di tutte le madri
e di tutti i padri
alla finestra.
Rovi contorti
e more acerbe.
Ogni passo è
quello brancolante di un cieco
non vi è mano amica
insegna nessuna
e al finto approdo
più e più a te mi sento aliena.
Non c’è parola
che possa salvarmi
il mio discorso è vano,
scivola sulle lastre di marmo
del tuo io.
Qua e là mi aggrappo,
ma è maja,
illusione.
E mi ritrovo con le dita rotte
e un solo pensiero:
perché questa lotta,
questa immane fatica,
la desolazione di
sentirsi
sempre
sbagliata,
sempre in errore?
Senza il conforto
di un gesto
di una possibile risoluzione.
Rinunciare, forse,
ma è maja,
illusione.
Soliloquio
Non mi tocca
oh, no, non mi tocca,
non mi tocca,
la faccia
al di là del vetro.
Stanca e ignota
o conosciuta.
Buongiorno.
Oh no,
non mi sfiora
non mi sfiora
cura nessuna
per l’attesa,
la loro attesa
silente o impaziente.
Lasciatemi stare!
Che volete, che chiedete,
con quegli occhi,
troppi occhi.
Sto sospesa,
sto sospesa
voi credete di vedere,
ch’io sia qui,
con voi,
che credete.
Non mi tocca,
non permetto
che mi sfiori
l’altrui disgrazia
l’altrui mano
appiccicosa.
Una parola,
la tua,
mi sfanga.
Favole
Posso
raccontare favole,
quelle dolci,
all’orecchio di un bimbo
sussurrate appena,
quelle su regni lontani
e gatti con gli stivali.
Posso raccontarti
che tutto va bene,
smorzando
il grido di gabbiano,
stringere i pugni
e nascondere le ali.
Posso raccontarmi
che è bene mescolarmi
al mondo,
farne tesoro,
che non mi turbano i sogni
né la tua assenza.
Posso,
ma quella è presenza
la verità sta altrove.
Solitudine
Quella che io e
te
in identico
modo chiamiamo
è alta nel cielo.
Brillano intanto
rare stelle
e fredda è la notte.
Prima, nella taverna,
il ventre dal cibo scaldato,
ho visto brillare altre stelle.
Ci udivo parlare e tra me
dicevo:
sciogliere!
Sciogliere il nodo
che avvinti ci tiene
scendere,
con te scendere
in fondo
più in fondo,
ancora,
disancorare
ogni fune,
ogni vano legame.
Viaggiare,
forse per mare,
forse per quello
ondulato
di mongole steppe,
andare.
Io rapita da quel
dolce richiamo
a cui tu sordo appari.
Ricorda: che non c’è
comunione più dolce
di quella che
in diverso
modo chiamiamo.
Giunti alla meta
infine,
si tace.
Prego ti accorga
che il tempo
come la lana
rosicchian le tarme
e a unirci spesso
è un filo sottile.
Una mano,
una stretta.
Nulla.
Ringrazio
e da te
scivolo lontano.
(E il Verbo non si è fatto carne).
Orgoglio
Orgoglio,
echi lontani di
vite passate
all’orecchio
sussurrano:
orgoglio!
Liberati dal bisogno
di avere
di amare
di mettere promesse
al dito
e un altro al centro
di essere sempre
la stessa
di essere
morbida coscia
appoggio sicuro
al mattino
latte e parole
amiche, compagna
presente sempre
con la speranza
di ricompense
tardive.
È insufficiente!
Sguardo privo
di ogni malizia,
compiacente o piangente
occhio
lacrimoso di cerbiatta
all’occorrenza gatta
morta
e storta, contorta.
Insicura,
stillano paura
le mani dai
sudati palmi
mani tremanti
mani frementi.
Bocca incapace
di dire parole
ed è parto podalico
ogni discorso
che vada al centro dell’
umana relazione
spogliata e nuda
di ogni aspirazione
ad essere
più di se stessa
nuda al sole
come lucertola.
All’orecchio sussurrano
Orgoglio!
altre bocche
altre mani
altri sguardi:
miseri i traguardi
di chi solo s’inganna.
Rivalità
Tu hai la tua bellezza
Io ho le mie poesie
Chi tra noi
goda miglior sorte,
dire non so.
Fuori e dentro
come il verso
di un guanto.
Dieci dita
per due
fanno venti.
So ancora contare
pertanto.
La natura!
La natura è di preda
la mia,
ma di preda selvaggia.
Prova a prendermi,
oh,
lassù tra le rocce!
Invano gli artigli
smuovono l’aria.
La natura è leonina,
la tua,
di cresta selvaggia,
trema l’aria
intorno e tutto si tace.
È questo che vuoi?
Lontano ogni cosa
mirare
con altero sguardo?
Da lassù ti guardo,
e belo.
Il ballo
Ballano i corpi
il tuo spirito è lontano.
Invano cerco il tuo sguardo,
si cela,
dietro occhiali di cristallo.
In che viaggi sei perso
in che luoghi vaghi,
amore?
Non so capire.
Sul palcoscenico stiamo
attori muti e consenzienti
le battute sono semplici
il pubblico ride beato.
Un’altra birra, grazie!
Ma di te, solo un guscio vuoto
recita formule.
Senza invito
non posso varcare la soglia.
Lancio segnali di fumo
oltre la tua cortina
e spero
qualche dio
sia cortese.
Le Parche
Se ciò finisce
in un battito di ciglia
come sospetto e temo
e la freccia ha un solo verso,
che senso ha.
Se il tempo corrode
le vite
e il ricordo
come il salso catene
di barche
accucciate
in marina,
che senso ha
capire,
o almeno tentare,
che senso ha osare,
perpetuare,
gli umani sforzi
e le idee
nei secoli uguali
e diverse.
Che senso ha
mi chiedo
e guardo
chi ancora cerca
con occhi d’invidia,
non per il fine perduto
ma per la speranza
perduta anch’essa
o forse solo smarrita.
Per me di certo,
in me stessa
ben poco ne trovo
e in solitudine
è insulso il mio andare.
È bello con te stare sotto al pino
È bello con te
stare sotto al pino
e amore chiamarti
inseguendo mille chimere
di vita futura.
Corda mi dai
nell’immaginare:
una casa
un camino
un bambino
e io e te ancora sdraiati
nel fresco meriggio.
Più non voglio
né ho mai voluto
e nel mondo fingo
e maschere pongo
sul mio volto
di creta.
Cala la sera,
spero tu non veda
che non c’è molto altro.
Nascere, crescere, riprodursi,
perché è questo il nostro destino
o almeno, di me parlo,
che scarsa ho immaginazione.
Il viaggio
I miei piedi affondo
in terra riarsa e brulla
in cielo un colore rosa,
poche persone,
io sola
o te al mio fianco.
La carovana da pochi è composta
amici fidati,
e Dio sulla mia testa
tiene la mano,
non per miei meriti o onore
ma per suo volere.
Stringo gli occhi nel sole,
parlo poco
ne più tu mi chiedi,
accanto a me siedi,
silente
e mi accarezzi la mano.
D’un tratto una lingua sottile
e qualcuno grida:
il mare!
Penso a giornate libere
Penso a giornate libere
non più scandite
dal tuo pensiero,
la tua attesa
o i ricordi.
Penso a te
che mi parli
senza veli
e senza la paura
che addosso portiamo
come armatura.
Come vedi,
penso sempre a te.
E non c’è cura.
Mistero
Non ti conosco
bella creatura,
né so chi si cela
dietro al corvino sorriso.
Se mai te lo chiedo:
“nulla” rispondi franco.
Non sai forse,
che tutti qualcosa abbiamo
qualcosa di raro,
qualcosa di amaro e di dolce
di oscuro
e divino celeste?
“Nulla”, rispondi.
Non ribatto
e quasi chiede perdono
il mio capo chino
di fronte all’eterno mistero:
Chi sei tu?
Chi io sono?
Stanze
Per le mute stanze della mia mente
vago
e te rincorro
come le farfalle un bimbo.
Nel silenzio,
sono inquieta attesa.
Mi acquatto in un angolo
e sgrano fagioli come rosari.
Poi, impaziente,
nell’aria tutti li getto.
E soffoco dentro un sospiro.
Venite
Venite a me
donne,
dai lunghi capelli
corvini
e gli alti fianchi di
seta,
suggo
a uno a uno
gli acini
amari e dolci
fino a che
non cado ebbra
e non cado
le gambe piantate
a terra
come gli arbusti
le mani
levate
a rubare il cielo,
a vostra guisa.
E non ci sarà tolto:
il cibo
il seme
e il sogno.
Motivi
Motivi sempre
ne trovo,
buoni,
per versare lacrime.
Non ho requie.
Non io, i miei occhi:
quegli assassini!
Ruotano vacui.
Mi stringi
e dentro si scioglie.
Cosa, non so.
Forse, un pezzetto,
di quel
enorme blocco
di cemento
calcestruzzo
chiamato
paura.
Scalpellino
Come l’artista mira
nel blocco per tutti indistinto
tornita figura di donna
e già sa, già conosce,
così tu,
uragano,
a colpi d’ariete abbatti
la porta,
agilmente
scavalchi le mura
e
con lo scalpello
saldo in mano
ti accingi a scoprire
quella con le farfalle
al collo
e il cuore incerto.
Mattina, prima
Mattina, prima,
pallida ora.
Un giardinetto spoglio,
caldo afoso.
Io pure, spoglia.
Pensando di seminare,
ho lasciato passasse l’aratro.
Forse è così,
il giorno dopo la guerra.
Grido
Che uomo sei,
che donna sono,
che dai reciproci corpi
traiamo piacere
e scarse carezze.
Di nulla ci facciamo dono,
di nulla.
La senti?
Qui sotto, un’ambulanza
lancia il suo stridulo grido.
È venuta per gli ubriachi,
tu dici,
di questo rissoso quartiere.
Stringimi, non ascoltare,
baciami, non parlare,
affonda rapido in me.
Prendimi, è tuo ciò che vuoi.
Non c’è nulla.
Tramonto
Ripenso alle notti in cui
a te mi tenevi stretta legata
che quasi si confondeva
il mio e il tuo respiro.
Quell’ora è passata.
Ultimo giorno
Ultimo giorno
del mese più caldo,
indietro mi volto
e scruto le orme.
Principio non c’è
né fine.
C’è solo l’andare.
Costanza Tersar
ESCLUSA PER
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