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Poesia L'adunata (Armando Bettozzi)

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L'adunata (Estate a Bettona)

“Aurelio, Giorgio, Armando, Alberto ! È ora !”
Echeggia – per la piazza di Bettona –
così il richiamo ben cantilenato*
di mamma Anna per riavere in casa
i quattro moschettieri, chissà dove –
in quel momento – presi a far che cosa.
Forse in battaglia a rotear le spade
che a Roma il loro babbo falegname
faceva ad arte, o ad aguzzar la mira
sui draghi appollaiati tra le crepe
dell’erbose e gloriose antiche mura,
con quei fucili ad aria, quasi veri,
o a valle in mezzo all’acque del Topino,
o a ringraziare un albero di pesche.
Oppure all’ombra degl’ippocastani
dei giardinetti a Santa Caterina,
a fare il gioco eterno del serpente,
che attira – tentatore – nel peccato
la tanto amata e bella ragazzina.
Ci guarda attento un vecchio per la strada:
“Voi siete i figli di quel gran brav’uomo,
Domenico…ma come somigliate !...”
Pei vicoli, le strade e le piazzette
si sentono venire dalle case
i sacri tintinnii del desinare.
“È tardi, dai corriamo, che ci sgrida !”
E dopo un po’, sudati e impolverati,
il tintinnio incomincia anche da noi.
Soltanto una manciata di minuti,
e poi di nuovo liberi di fare:
sinonimo - a quel tempo – di giocare,
star fuori cogli amici, o a cercare
le prime tenerezze dell’amore.
O in giro in bicicletta ore e ore,
e a volte fino a Assisi, o su a Perugia,
non sempre senza segni sulla pelle.
O intorno ai bigliardini o al gran bigliardo
del bar Trabalza a un lato della piazza,
dove era stato – un tempo – il podestà.
Ed anche, a sera, andare alla funzione,
e dopo ritrovarsi e punto e a capo:
andare, e ritornare e poi riandare,
e alfine, stanchi, e allora, solo allora -
che dodici batteva il campanile -
mamma Anna richiamava l’adunata
per consegnarci in braccio alla nottata.



Armando Bettozzi

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